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Focus su Gastroenterologia

IBI è presente in gastroenterologia dagli anni ‘70 con prodotti per la terapia correlata alla patologia addominale, dispepsia, patologia epatica come calcolosi, colelitiasi, colestasi e altre epatopatie croniche come steatosi e steatoepatite, oltre alla cura della sintomatologia gastrointestinale con prodotti per il miglioramento della peristalsi, del meteorismo e della stipsi.

PATOLOGIA EPATO-BILIARE

Per la patologia epato-biliare l’Azienda ha sviluppato nel 1993 un brevetto formulativo di acido ursodesossicolico retard, che consente un rilascio graduale di UDCA lungo tutto il tratto gastrointestinale, per garantire un migliore profilo di biodisponibilità e di assorbimento del farmaco e per migliorare l’adesione del paziente alla terapia grazie ad una mono-somministrazione. Tale formulazione è stata oggetto di diverse pubblicazioni, tra cui le più significative di Simoni et al. 2002 e Alvisi et al. 1996, che confrontano alcuni prodotti retard ed evidenziano “…una buona farmacocinetica dell’Ursilon Retard, che è in grado di garantire un rilascio ematico graduale e costante e con livelli ematici ancora misurabili dopo 12 ore dalla somministrazione…”.
Inoltre, nei laboratori di Ricerca e Sviluppo IBI è stata messa a punto una formulazione di acido ursodesossicolico in bustine per sospensione orale, per andare incontro alle esigenze dei pazienti con problemi di deglutizione e in caso di necessità particolari.
Dagli anni ’80 IBI collabora con centri universitari ed ospedalieri nell’approfondimento dell’epatopatia cronica di origine metabolica e nella ricerca di soluzioni utili a rallentare questa patologia silente, che nella sua storia naturale può evolvere verso la cirrosi e l’epatocarcinoma o giocare un ruolo importante nella sindrome metabolica e nel rischio cardiovascolare. L’Azienda si è focalizzata sullo sviluppo di un prodotto di derivazione vegetale, la silibina presente nel Cardo mariano, con l’obiettivo di sostenere il fegato senza danneggiarlo, considerando che la NAFLD (Non Alcoholic Fatty Liver Disease) si sviluppa nell’arco di parecchi anni e, pertanto, necessita principalmente di un approccio comportamentale, e allo stesso tempo, si deve considerare il ripristino della funzionalità epatica cellulare attraverso i complessi meccanismi coinvolti nell’epatopatia metabolica. In questi ultimi anni sono stati pubblicati numerosi lavori sugli estratti di Cardo Mariano e su silibina in particolare, ed è stata dimostrata l’azione positiva di questo derivato vegetale nei diversi meccanismi coinvolti nel danno epatico e sistemico. (Più informazioni nel sito: www.realsil.it)

METEORISMO E AEROFAGIA

Il meteorismo è un disturbo frequente, dovuto alla presenza di quantità eccessive di gas nello stomaco e nell’intestino. Si manifesta con una sintomatologia caratterizzata inizialmente con fastidio addominale, senso di gonfiore e rumori intestinali (borborigmi), che, protraendosi nel tempo, possono complicarsi in forti dolori addominali e crampi. Il meteorismo si innesca durante il processo digestivo, quando gli zuccheri e la cellulosa “fermentano” nell’intestino, con la conseguente formazione di azoto, metano e anidride carbonica. Una delle cause più diffuse di questo disturbo è il cattivo funzionamento del colon, conosciuto come sindrome del colon irritabile, ma può derivare anche da intolleranze alimentari o, più semplicemente, dal consumo di alcune fibre non idrosolubili, che tendono a fermentare e, di conseguenza, ad aumentare la produzione di gas. Gas di cui sono ricchi alcuni vegetali come i legumi (fagioli, piselli secchi e lenticchie), ma anche altre verdure a foglia verde (cavoli, broccoli e cavolfiori), la soia, i ravanelli, le cipolle, i cetrioli e i peperoni. Anche i cibi grassi (fritti, salse), quelli con alto contenuto di lattosio (latte, gelato, creme) e i dolcificanti artificiali (sorbitolo, mannitolo e prodotti che li contengono) possono favorire l’accumulo di gas nello stomaco e nell’intestino, come anche l’abuso di tè, caffè o bevande gassate. Oltre alla fermentazione di zuccheri e carboidrati dovuta a cattiva digestione, il meteorismo può avere un’altra causa: l’aerofagia, cioè l’ingestione di aria durante la deglutizione di cibi e bevande, che provoca nello stomaco il tipico gonfiore. Questo disturbo, dovuto alla formazione di bollicine d’aria nella saliva, che vengono di seguito ingerite, dipende spesso da cattive abitudini come mangiare velocemente, masticare a lungo un chewing-gum o fumare.

Oltre a modificare il proprio stile di vita e abitudini alimentari, Meteosim può rappresentare una valida soluzione al meteorismo e all’aerofagia. È un medicinale di automedicazione che favorisce l’eliminazione dei gas nel tratto gastrointestinale. L’efficacia di Meteosim è dovuta all’azione del simeticone (dimeticone attivato), una miscela di polimeri di silicone combinati con diossido di silicio, che agisce localmente nell’apparato gastrointestinale ed è capace di abbassare la tensione superficiale “sequestrando” il gas in eccesso e favorendone l’eliminazione. Il simeticone fa in modo che le bolle di gas presenti confluiscano per poi essere eliminate più facilmente alleviando i fastidiosi sintomi associati al meteorismo e all’aerofagia. Il simeticone non viene assorbito dall’organismo e non interferisce sull’assorbimento delle sostanze nutritive agendo pertanto solo sui gas. L’ampio campione di pazienti trattati in oltre 40 anni di utilizzo e l’elevato numero di studi disponibili testimoniano l’efficacia di simeticone nel ridurre la sintomatologia da eccessiva presenza di aria nel tratto gastrointestinale, indicazione confermata dalla Food and Drug Administration già nel 1973. Meteosim - simeticone - si può usare per curare disturbi lievi e transitori, facilmente riconoscibili e risolvibili: può essere quindi acquistato senza ricetta, ma va usato correttamente per assicurarne l’efficacia. Il medicinale non presenta particolari controindicazioni, salvo per ipersensibilità al principio attivo o ad altri componenti del prodotto. È generalmente controindicato nelle donne in gravidanza.

  • Meteosim compresse masticabili, la posologia suggerita per gli adulti è di 4 compresse al giorno, dopo i pasti o secondo prescrizione medica.
  • Simeticone IBI, bambini: gocce orali, sospensione, la posologia suggerita per i bambini è di 15 gocce, 2-4 volte al dì, dopo i pasti o secondo prescrizione medica.

STIPSI

Stipsi cronica
Il colon ha un ruolo fondamentale nella stipsi. Infatti, durante il processo digestivo è proprio a livello del colon che avviene l’assorbimento attraverso le sue pareti di acqua e Sali. Questa attività è fisiologicamente in costante equilibrio. Se per svariati motivi si assiste ad un aumento del riassorbimento di acqua tra le pareti del colon, le feci all’interno del lume risulteranno più asciutte e dure e il rischio è quello di sviluppare stipsi. Diversamente se diminuisce il riassorbimento di acqua nel colon si assiste ad un ristagno di liquidi nel lume intestinale e la sua risultanza è la diarrea.
Ottenere un dato preciso su quante persone soffrano di stipsi cronica non è semplice. In Italia si parla del 20% circa della popolazione. Per aiutare la comunicazione medico-paziente in merito alla patologia è stato stabilito un criterio unico per definire la stipsi cronica, parliamo del criterio Roma III. Sulla base di questo criterio un paziente presenta stipsi cronica se sussistono almeno due delle seguenti condizioni in almeno il 25% delle scariche:

  • Sforzo nella defecazione
  • Feci dure o fecalomi
  • Sensazione d’ incompleta evacuazione
  • Sensazione di ostruzione o blocco anorettale
  • Manovre manuali per facilitare l’evacuazione
  • Meno di tre scariche a settimana

Secondo tali criteri, la diagnosi di stipsi cronica va posta quando i disturbi perdurano da almeno tre mesi nel corso dell’ultimo semestre.
Quali sono le principali cause di stipsi? Possiamo dividere le cause in primarie e secondarie.

Le cause primarie sono:

  • Stipsi da transito normale
  • Stipsi dal transito lento
  • Dissinergia del pavimento pelvico

Questi problemi sono legati a problemi o disfunzioni dei muscoli del pavimento pelvico oppure ad un’anomala coordinazione degli sfinteri.
La stipsi può essere conseguenza anche di alcune condizioni dello stile di vita, può essere correlata ad alcune patologie concomitanti o assunzione di farmaci.

Le principali cause secondarie possono essere:

  • Cause endocrine/metaboliche (diabete, ipotiroidismo, ipercalcemia)
  • Cause strutturali (cancro, ragade anale, emorroidi)
  • Dieta e stile di vita (assunzione di pochi fluidi, poche fibre, poco movimento fisico)
  • Farmaci (soprattutto quelli che agiscono sul sistema nervoso centrale, oppioidi, levodopa)
  • Gravidanza (per i cambiamenti ormonali)
  • Scarse abitudini intestinali (ignorare il desiderio di defecare)
  • Psicologiche (depressione, disturbi nell’ alimentazione)
  • Disordini neurologici (morbo di Parkinson, sclerosi multipla)

Se la stipsi cronica non è adeguatamente curata possono insorgere complicanze come:

  • Emorroidi
  • Fecaloma
  • Ostruzione intestinale
  • Incontinenza fecale ed urinaria
  • Stress psicologico
  • Effetti sistemici in pazienti anziani
  • Possibile conseguenza della stipsi non trattata

La gestione con stipsi cronica prevede principalmente la modifica dello stile di vita del paziente. Il medico infatti prescriverà una dieta ricca di fibre, un maggiore apporto di liquidi ed esercizio fisico. Tuttavia, se ciò non dovesse bastare il medico consiglierà al paziente l’assunzione di un lassativo osmotico per facilitare l’evacuazione.

I lassativi si suddividono in 4 grandi categorie:

  1. I formanti massa, che sono dei polimeri polisaccaridici naturali o sintetici che legano l’acqua endoluminale aumentando il volume fecale e riducendone la consistenza
  2. Gli emollienti fecali che sono dei tensioattivi anionici (docusato di sodio e paraffina liquida) che favoriscono la formazione di un’emulsione del materiale fecale con acqua e lipidi, rendendolo più soffice e facilitando il transito
  3. Lassativi osmotici, di cui fa parte Laxido, il lattulosio, il sorbitolo, l’idrossido di magnesio e solfato di magnesio, che trattengono per azione osmotica un elevato volume di fluidi nel lume intestinale, accelerando il transito del contenuto
  4. I lassativi stimolanti che sono derivati del difenilmetano o dell’antrachinone, che agiscono stimolando la motilità probabilmente dando origine a riflessi locali e riducendo l’assorbimento di acqua nel colon.

IBI commercializza un lassativo, un polietilglicole detto anche macrogol, il cui meccanismo d’azione è prettamente meccanico e osmotico.
Una volta assunto per via orale il macrogol crea una struttura macrogol-acqua, che attraversa tutto il tratto intestinale impedendo il riassorbimento di acqua. Le feci sono così idratate e rese più morbide e in questo modo transitano più velocemente nel crasso e sono escrete con minor difficoltà.
L’associazione del macrogol con gli elettroliti rende la soluzione isotonica, per mantenere l’equilibrio elettrolitico, assicurando l’utilizzo del prodotto anche per lunghi periodi.
Il prodotto è autorizzato per la stipsi cronica e per il fecaloma.

PANCREATITE ACUTA

La pancreatite acuta (PA) è una patologia ad incidenza variabile sia tra i diversi paesi che all’interno delle singole regioni, probabilmente ciò è dovuto alla eterogeneità dei fattori eziologici e alla loro differente distribuzione geografica. In Italia la patologia litiasica biliare rappresenta la causa di oltre il 50% dei casi diagnosticati di pancreatite acuta; negli Stati Uniti, invece, sembrano prevalere le pancreatiti ad eziologia alcolica. La PA insorge intorno ai 45 anni, ma colpisce comunque sia giovani che anziani. Non sono state evidenziate differenze di incidenza rispetto al sesso e alla razza.
La pancreatite acuta è un processo infiammatorio acuto a carico del pancreas, che può coinvolgere anche i tessuti peripancreatici, e che si manifesta con quadri anatomo-patologici e clinici variabili, ma accomunati dalla stessa base fisiopatologica. Possiamo distinguere:

  • PA edematosa interstiziale
  • PA edematosa con focolai di steatonecrosi, emorragia e necrosi
  • PA necrotico-emorragica zonale o diffusa

I vari quadri possono evolvere da una forma più lieve ad una più grave.
La PA lieve rappresenta l’80-90% di tutte le pancreatiti acute; è associata a disfunzioni organiche di minima entità e spesso evolve verso una completa guarigione. Morfologicamente la ghiandola presenta edema interstiziale.
La PA severa è invece associata a complicanze locali pancreatiche e a compromissioni organiche sistemiche, che coinvolgono apparati respiratorio, cardiovascolare e renale.
Le cause implicate nella genesi delle pancreatiti acute sono molteplici.

Si possono distinguere:

  • Pancreatiti acute biliari, che a loro volta si differenziano in PA litiasiche ad eziologia biliare (calcolosi della colecisti o del coledoco) e non litiasiche, dovute ad alterazioni funzionali o morfologiche primitive della via biliare
  • Pancreatiti acute non biliari; le più frequenti sono su base alcolica. L’alcool agisce sia in maniera diretta danneggiando la cellula pancreatica, sia in modo indiretto, alterando l’equilibrio esistente tra enzimi e loro inibitori, sia attraverso la produzione di radicali liberi

Le forme post-operatorie sono rare, possono essere dovute ad interventi sul pancreas o su organi vicini o anche distanti, come i trapianti, i by-pass coronarici, etc. Le pancreatiti acute post-traumatiche sono favorite dalla posizione del pancreas a ridosso della colonna vertebrale.
Infine, abbiamo le pancreatiti da farmaci, le infettive e quelle su base metabolica (da iperlipemia, iperparatiroidismo e ipercalcemia), molto più rare ma possibili.
La colangiopancreatografia endoscopica (ERCP) è una metodica strumentale che permette la visualizzazione delle vie biliari e dei dotti pancreatici durante duodenoscopia con ottica laterale, dopo iniezione diretta di un mezzo di contrasto per via retrograda. Questo metodo di indagine si rivela di prezioso ausilio nella diagnosi e nella terapia delle patologie delle vie biliari e pancreatiche. Nonostante i suoi indubbi vantaggi, la ERCP non è priva di rischi, infatti durante la sua esecuzione, la pancreatite rappresenta la complicanza più frequente e più temibile, manifestandosi mediamente nell’8% dei pazienti. Nella maggior parte dei casi la pancreatite post-ERCP è di lieve entità, ma possono verificarsi anche casi più severi o complicanze secondarie che richiedono l’ospedalizzazione provocando, spesso, l’exitus del paziente.
La frequenza della pancreatite post-ERCP sembra rappresentare il 4% di tutte le pancreatiti acute in Italia e le sue caratteristiche clinico-bioumorali sembrano essere analoghe a quelle osservate in corso di pancreatite acuta ad altra eziologia.
Tutte queste forme di pancreatite acuta sono, comunque, caratterizzate da uno stesso meccanismo fisiopatologico, ovvero l’autodigestione della ghiandola per attivazione intrapancreatica prematura degli enzimi digestivi che essa secerne. In condizioni normali l’autodigestione non si verifica per la presenza di meccanismi di protezione rappresentati soprattutto dalla secrezione degli enzimi proteolitici in forma inattiva e dalla loro attivazione solamente all’interno del duodeno, ad opera dell’enterokinasi intestinale. Ulteriori meccanismi di protezione sono rappresentati dalla presenza al di fuori del lume intestinale, in circolo e nello stesso parenchima pancreatico di inibitori delle proteasi, che in condizioni fisiologiche ne inibiscono l’attivazione laddove non necessaria o inopportuna.

La diagnosi di PA avviene in seguito ad esame clinico del malato e confermata da esami di laboratorio e strumentali. Il marker bioumorale ideale sembra essere la proteina C-reattiva (PCR), una proteina della fase acuta, il cui picco plasmatico si verifica dopo 48-72 ore rispetto all’esordio della malattia. Non c’è un valore soglia universalmente accettato, ma un tasso ≤ 15 mg/dl a 48 ore possiede una valutazione prognostica negativa del 94% ed è quindi accettato come limite discriminante. La PCR si è rivelata utile soprattutto nell’individuare il passaggio della pancreatite dalla forma edematosa alla forma necrotica. Altri valori ad importante significato prognostico sono amilasi, lipasi, calcemia ed ematocrito. Lo studio morfologico viene affidato alle tecniche radiologiche, in particolare ecografia, tomografia computerizzata e RMN.

La diagnosi della PA avviene solitamente non prima di 48-72 ore dall’esordio sintomatologico, quando il processo può aver assunto un orientamento evolutivo definito, pur se limitato nella sua espressione patogenetica. Non sempre, quindi, nelle fasi iniziali della malattia è prevedibile l’evoluzione verso la forma lieve o verso forme più severe. Utili a tal fine sono dei sistemi multiscore, che permettono di valutare le alterazioni fisiopatologiche ed evidenziare i pazienti ad elevato rischio di mortalità, oltre che per controllare l’evoluzione della malattia ed adattare la terapia.

Gli obiettivi della terapia medica nella PA sono:

  • il controllo del dolore
  • soppressione della flogosi
  • blocco della autodigestione enzimatica
  • prevenzione e trattamento delle complicanze

Nelle forme di PA lievi è sufficiente una nutrizione parenterale periferica associata a controllo del dolore e monitoraggio clinico.
Nel caso in cui la PA evolve verso forme severe, invece, si distinguono due terapie, una sintomatica generale e di supporto ed una terapia specifica.

La prima prevede: il digiuno, la sedazione del dolore, la terapia idratante, la messa a riposo funzionale mediante aspirazione naso-gastrica, la somministrazione di H2-antagonisti e la nutrizione enterale preferibile alla parenterale, la profilassi antibiotica, l’adozione di misure finalizzate al controllo dell’insufficienza respiratoria e renale, dello shock e dello stato discoagulativo.
La terapia “specifica” si attua con l’impiego di farmaci in grado di interagire con i meccanismi fisio-patogenetici determinanti la malattia, e quindi si propone di bloccare gli enzimi attivati sia localmente che in circolo.
I farmaci utilizzati possono essere suddivisi in due categorie:

  • Inibitori della secrezione: anticolinergici, calcitonina, glucagone, somatostatina e octreotide.
  • Antiproteasici: aprotinina e Gabesato Mesilato.

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